Caprera diventa polo strategico per la ricerca scientifica sul mare

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All’alba del 16 maggio il catamarano Caprera è salpato dalla base della Marina Militare a La Maddalena per una missione che vuole misurare il cambiamento, non soltanto percorrere chilometri. In programma ci sono dieci settimane in mare ripercorrendo la rotta del 2022: l’obiettivo è capire cosa è mutato nel Mediterraneo e quali conseguenze avrà per coste, pesca e salute pubblica.

Il progetto è la quinta edizione di Progetto M.A.R.E. (Marine Adventure for Research & Education), promosso dalla Fondazione Centro Velico Caprera con il supporto scientifico della One Ocean Foundation. Nato come esperimento, oggi è uno dei più estesi monitoraggi in mare aperto sul Mediterraneo, con campagne che hanno accumulato dati utili per decisioni ambientali e politiche.

Itinerario e scopo della campagna

La navigazione segue tappe consolidate ma con uno scopo diverso: trasformare rilievi puntuali in serie temporali in grado di evidenziare trend. Il Caprera toccherà porti e coste per rilevare in modo comparabile concentrazioni di inquinanti, segnali biologici e parametri oceanografici.

  • Principali tappe: Alghero, Cagliari, Palermo, Catania, Marina di Camerota, Napoli, Roma, Cala de’ Medici, Portofino.
  • Rientro previsto: 22 luglio.

Un monitoraggio su scala crescente

Dal 2022 in poi il progetto ha accumulato una mole di dati che oggi serve da riferimento: centinaia di giorni in navigazione, migliaia di miglia percorse e centinaia di persone coinvolte tra equipaggio, studenti e ricercatori. Quel patrimonio rende possibile confrontare valori nel tempo e individuare nuovi punti critici.

Tra i numeri più rilevanti emersi finora figurano la rete di collaborazioni accademiche e la partecipazione di decine di scienziati da molte università italiane ed estere, che hanno trasformato la barca in una vera piattaforma di ricerca mobile.

Cosa si sta cercando nel 2026

Sotto la guida scientifica di Ginevra Boldrocchi, la nuova fase si concentra su temi che oggi hanno ricadute immediate: dalle microplastiche che entrano nella catena alimentare ai composti persistenti come i PFAS, dall’eutrofizzazione agli indicatori fisici e chimici del clima misurati insieme all’Università di Genova. La novità è l’approccio longitudinale: non più fotografie episodiche, ma serie che raccontano l’evoluzione.

  • Microplastiche: monitoraggio delle particelle e della loro presenza negli organismi marini lungo la catena trofica.
  • PFAS: ricerca di contaminazioni chimiche diffuse e possibili impatti sulla salute umana attraverso prodotti del mare.
  • Dati oceanografici: temperatura, salinità e correnti per leggere i segnali del cambiamento climatico nel Mediterraneo.

Risultati già visibili e nodi critici

Le campagne precedenti hanno individuato concentrazioni elevate di inquinanti in corrispondenza degli estuari principali e in alcuni porti, segnalando punti di attenzione per la gestione delle coste. L’analisi del DNA ambientale ha permesso di tracciare presenze di specie marine — dai grandi cetacei a tartarughe e squali — mentre gli strumenti acustici hanno documentato sia i canti dei cetacei sia l’aumento del rumore navale che compromette gli habitat profondi.

  • Hotspot di contaminazione rilevati: estuari di Po, Rodano, Ebro; porti come Marsiglia, Barcellona, Genova, Napoli e Palermo.
  • Presenze biologiche confermate tramite eDNA: tracce di balenottera comune, Caretta caretta e grampo nel Tirreno.
  • Acustica: registrati capodogli e stenelle, oltre a livelli elevati di rumore derivante dal traffico marittimo.

Questi dati hanno implicazioni pratiche: indicano aree dove intervenire per la tutela della biodiversità, forniscono elementi per regolamentare il traffico portuale e suggeriscono aree di attenzione per la sicurezza alimentare legata al pesce.

Chi sostiene l’iniziativa e perché

Oltre ai partner storici — come Shiseido e la Fondazione Deutsche Bank Italia — la nuova edizione vede l’ingresso di Grassi 1925 e CMP, con la conferma di Workness Club. La campagna opera anche con il patrocinio della Marina Militare, che mette a disposizione infrastrutture e supporto logistico.

Come ricorda il presidente Paolo Bordogna, per proteggere il mare è fondamentale conoscerlo: i rilievi continui e le rilevazioni a bordo sono strumenti essenziali per trasformare conoscenza in azione.

La missione del 2026 non è solo scientifica: i risultati attesi nei prossimi mesi potranno alimentare politiche locali e nazionali, offrire indicazioni per i settori della pesca e del turismo costiero e contribuire a una migliore comprensione dei rischi ambientali che riguardano direttamente i cittadini.

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